Stamani mi è presa questa fretta, quest'ansia di finire. Le sciacalle non hanno fortuna, come tanti miei scritti di questi tempi. E' un'avventura che va chiusa, temo, anche questa del blog. Non so se vi ho detto che le sciacalle hanno continuato il loro viaggio in un altro romanzo, da qualche tempo finito, e che non so se troverà la sua strada per circolare in forma di libro. Per il momento non ce ne sono le premesse. Vedremo cosa farne. Per adesso, questo è il primo degli ultimi tre passi delle sorelle assassine. Penso che gli altri li caricherò a breve.

# 28
sangue e acqua di sale
Strade dritte tra gli alberi storti. Continua e continua e continua e continua. Il nastro rotola stretto seguendo la linea lontana tra la terra e il cielo. Del mare, niente tracce. Una pianura di qua e una di là. Le pianure sono tutte piene di alberi storti decorati da palline. Quasi tutte verdi. Facciamo a contarli ma il taxi di Buster va troppo veloce. Ha fretta di arrivare al mare per tuffarsi nel fresco.
Anche noi.
I vestiti di garza ci si appiccicano al sedere e alla schiena. Il fresco non è più abbastanza fresco dentro la macchina. il ferro imbottito del tetto è diventato rovente e ci pesa sulla testa e sui pensieri. La bambina dorme con gli occhi chiusi e la testa ribaltata all’indietro e un collo bianco e perfetto e pulito. Neanche suda.
Lepère dice che gli angeli non sudano. Loro non sentono il caldo né il freddo perché sono spiriti puri, e lo spirito non porta le mutande. Non sappiamo perché lepère era fissato con questa faccenda degli angeli senza mutande. D’estate non ce le faceva portare nemmeno a noi, perché così faceva prima.
Siamo angeli, allora? chiediamo allo spettro ricomparso di lepère.
Lui non si muove e non risponde, sempre con la testa in avanti e il rosso sulla faccia. La bambina Sara ci guarda come da molto lontano. Forse non è ancora uscita dal sonno, pensiamo.
Siete angeli, dice. Vi manda il cielo a ripulire il mondo dalle carogne.
Noi non sappiamo cosa sono le carogne. Ma la bambina di sicuro sì e perciò ci fidiamo. Dobbiamo farlo, perché lei fa apparire e sparire lo spettro di lepère e sarà meglio tenersela buona.
Forse si potrebbe togliersi le mutande anche adesso. È troppo caldo.
Quaranta gradi, dice Buster, e si toglie gli occhiali mentre guarda a destra e a sinistra e a destra, dondolando leggermente la testa di capelli bianchi. Quaranta gradi al centro del giorno. Un deserto impolverato giallo spento. Gli uomini se ne sono andati, dentro e fuori le macchine. Hanno lasciato una strada dritta per noi. È facile chiarirsi le idee quando non ci sono curve. Pensare pensieri diritti e osservare i fantasmi accucciati ai bordi della strada.
Fantasmi di tutti i colori.
Lepère non c’è.
Quaranta gradi, Sara, ripete Buster, come fosse una formula magica.
Cerignola Canosa Andria Trani. Un pezzo di strada già fatta. Quaranta gradi, Sara. Quaranta chilometri al mare, adesso.
La bambina sorride, sotto la pelle un’espressione da teschio.
Mabhoula dice che vicino al mare c’è la sabbia. La sabbia è fatta di granelli sottili che si spostano con un soffio e con un soffio tutti insieme fanno forme diverse. Mabhoula dice che al mare certa gente si spoglia e prende il sole, ma le donne stanno vestite e col velo. Si sente l'odore della pelle della gente, lì. A poterlo sentire.
I turisti si spogliano tutti maschi e femmine ma stanno nei loro posti segreti che si chiamano villaggi e non escono mai oppure quando escono guardano fuori dalle loro macchine come se fossero allo zoo. Noi siamo gli animali.
Dev’essere per questo che a milanocittà ci guardano come se fossimo scappate dallo zoo.
Lepère dice che gli animali sono quelli che mangiano il maiale e non rispettano il ramadam. Poi scopriamo che lui il maiale lo mangia e non è che sempre fa le cose buone di religione. Ha la fede solo quando gli fa comodo e non prega mai Allah né nessun altro. Lepère farebbe meglio a essere più onesto, che le bugie si scoprono sempre. In questa vita o in un’altra.
Le bugie pure loro sono come granelli e a spostarle basta un niente. Quando sono in un posto diverso le vedi e le riconosci brutte e schifose e così diverse dalla verità. Noi non diciamo mai le bugie tranne quando ci sta per succedere qualcosa di brutto e allora vogliamo salvarci la vita.
Sennò siamo sincere.
E la verità è una pietra e un soffio non basta a spostarla.
Pietre e sassi piccoli e grandi.
Il mare è salato ma la sabbia non c’è. Sentiamo i sassi sotto i piedi fuori dal taxi. Le scarpe sono leggere e i sassi ci fanno il solletico.
Buster e la bambina Sara sono ancora in macchina e guardano. Ci mettono sempre un po’ a fare le cose, forse perché sono più vecchi. E poi hanno l’aria di chi muore nel tempo. Non dovrebbero sprecare un minuto se la loro vita se ne va. Neanche un briciolo di secondo.
Il mare luccica che incanta e noi non ci possiamo fermare. Ci teniamo le mani fino alla riva e lasciamo le scarpe per strada. Sentiamo i piedi bagnati e tagliuzzati dalle pietre più aguzze. L’acqua si infila tra le dita carezzando lo sporco e la melma.
Saremo pulite dopo. Pulite e salate.
Dietro, sulla strada, la bambina Sara è scesa dalla macchina e si scuote il vestito leggero e bianco. Sembra una sposa senza velo né fiori.
Buster però non è lo sposo.
Non c’è nessuno. Perciò ci togliamo le garze dipinte una per una. Teniamo le mutande. Ci buttiamo nell’acqua di sale, tenendoci per mano.
I capelli bagnati ci restano appiccicati alla fronte. Vediamo dei pesci, sott’acqua, e vorremmo masticarli coi denti.
Raccogliamo pietre, dopo. Sassi senza punta rotondi come la pancia di Mabhoula sotto i vestiti. Ce li mettiamo nelle tasche mentre il giorno finisce un po’ meno caldo di com’era cominciato.
Abbiamo la pelle croccante di sale e ci lecchiamo le mani a vicenda per farci passare la fame. Le tasche sono così piene di sassi che a buttarci in acqua vestite finiremmo per sempre sul fondo del mare.
Proprio un bel modo di nascondere i cadaveri.
Sara sta seduta sui sassi e Buster anche. Ci avviciniamo per mostrare i sassi e le bocche che ridono.
Bentornate, dice Sara.
È bello sapere che a qualcuno gli fa piacere vederti.
La spiaggia di sassi è piccola e ci fa venire in mente una culla protetta di qua e di là. Il bambino non può cadere, signora, perché i bordi sono alti e da un parte c’è il mare.
Proprio mentre il giorno finisce ci viene la curiosità di guardare dall’altra parte di una montagnetta di erba e di sassi. Ci mettiamo a camminare tenendoci per mano. Quando ci voltiamo siamo meravigliate perché ci accorgiamo che anche Buster e la bambina Sara ci seguono. Si tengono per mano pure loro e Buster sembra un sole felice.
Per certa gente tenersi per mano non è naturale. Quando lo fanno significa che è un momento strano e importante e unico e bello.
Cattivo, certe volte.
Ridono cattivi. E mentre ridono gli tengono le mani una per uno. Quello in mezzo, con le mani tirate, ha un’aria infelice e una faccia di uomo dolce e ferita come quella di una donna. Porta vestiti aderenti e i capelli rasati.
I sorrisi cattivi lo tirano e gli fanno male, così lui grida. Nessuno si accorge che noi stiamo accucciate in cima alla montagnetta e guardiamo tutto almeno finché la luce c’è.
Dicono: ti credevi che ci stavamo, eh?
E poi: un maiale sei e come un maiale devi soffrire.
Ci viene in mente la faccenda del maiale sgozzato come ce la raccontava Mabhoula. Pensiamo che il tizio tirato presto si metterà a strillare.
Gli lasciano le mani, i sorrisi cattivi e lo guardano mentre cade in ginocchio. Sui sassi grandi e piccoli. Un sorriso cattivo si abbassa e prende per terra un pezzo di legno lungo. Dice: ora vedrai, brutta scrofa.
Cerchiamo una femmina, ma non la vediamo, perciò è chiaro che il sorriso cattivo parla con il tizio tirato e pestato.
Il pezzo di legno fa un suono festante mentre corre nell’aria e un suono moscio quando affonda nella carne. Più il legno sibila, più il tizio tirato si ammoscia. Ma non strilla e non parla. Perciò, forse, non è un maiale. E una scrofa, neanche.
Anche i pugni fanno un rumore moscio nella carne, e nell’aria neanche li senti. Invece le cerniere, quando le apri, fanno un suono di metallo contro metallo. E i pantaloni che scendono sui fianchi fanno un rumore di stoffa stropicciata che da così lontano non sentiamo.
Il tizio tirato e forse anche morto sta in mutande, adesso, e i sorrisi cattivi sono tutti contenti. Ma non hanno finito.
Li sentiamo parlare.
Salgono in macchina e accendono i fari, così vediamo il tizio tirato che alza la testa pelata. Ci sono delle macchie sulla testa. Forse è sangue. Sentiamo il ricordo del sapore dolce e appiccicoso in bocca e facciamo una smorfia. Intanto i sorrisi tirati accelerano forte e urlano fuori dal finestrino mentre la macchina parte.
Le ossa scricchiolano quando le rompi. Se ne rompi tante tutte insieme il rumore si sente forte. Le ruote passano sul tizio tirato e lo frantumano come un pezzo di vetro con un pugno.
Il tizio tirato rimane tutto rotto.
I sorrisi cattivi fermano la macchina ed escono. Tutti e due.
Scoprono i denti lucenti che sembrano due coccodrilli.
Buster dice: bella coppia. I fratelli caimani.
È una bella frase e ci piace.
I due non la sentono e decidono che ci vuole una sigaretta. La fumano guardando il tizio tirato frantumato.