martedì, 24 novembre 2009

Stamani mi è presa questa fretta, quest'ansia di finire. Le sciacalle non hanno fortuna, come tanti miei scritti di questi tempi. E' un'avventura che va chiusa, temo, anche questa del blog. Non so se vi ho detto che le sciacalle hanno continuato il loro viaggio in un altro romanzo, da qualche tempo finito, e che non so se troverà la sua strada per circolare in forma di libro. Per il momento non ce ne sono le premesse. Vedremo cosa farne. Per adesso, questo è il primo degli ultimi tre passi delle sorelle assassine. Penso che gli altri li caricherò a breve.

 

 

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# 28
sangue e acqua di sale
 
 
Strade dritte tra gli alberi storti. Continua e continua e continua e continua. Il nastro rotola stretto seguendo la linea lontana tra la terra e il cielo. Del mare, niente tracce. Una pianura di qua e una di là. Le pianure sono tutte piene di alberi storti decorati da palline. Quasi tutte verdi. Facciamo a contarli ma il taxi di Buster va troppo veloce. Ha fretta di arrivare al mare per tuffarsi nel fresco.
Anche noi.
I vestiti di garza ci si appiccicano al sedere e alla schiena. Il fresco non è più abbastanza fresco dentro la macchina. il ferro imbottito del tetto è diventato rovente e ci pesa sulla testa e sui pensieri. La bambina dorme con gli occhi chiusi e la testa ribaltata all’indietro e un collo bianco e perfetto e pulito. Neanche suda.
Lepère dice che gli angeli non sudano. Loro non sentono il caldo né il freddo perché sono spiriti puri, e lo spirito non porta le mutande. Non sappiamo perché lepère era fissato con questa faccenda degli angeli senza mutande. D’estate non ce le faceva portare nemmeno a noi, perché così faceva prima.
Siamo angeli, allora? chiediamo allo spettro ricomparso di lepère.
Lui non si muove e non risponde, sempre con la testa in avanti e il rosso sulla faccia. La bambina Sara ci guarda come da molto lontano. Forse non è ancora uscita dal sonno, pensiamo.
Siete angeli, dice. Vi manda il cielo a ripulire il mondo dalle carogne.
Noi non sappiamo cosa sono le carogne. Ma la bambina di sicuro sì e perciò ci fidiamo. Dobbiamo farlo, perché lei fa apparire e sparire lo spettro di lepère e sarà meglio tenersela buona.
Forse si potrebbe togliersi le mutande anche adesso. È troppo caldo.
 
Quaranta gradi, dice Buster, e si toglie gli occhiali mentre guarda a destra e a sinistra e a destra, dondolando leggermente la testa di capelli bianchi. Quaranta gradi al centro del giorno. Un deserto impolverato giallo spento. Gli uomini se ne sono andati, dentro e fuori le macchine. Hanno lasciato una strada dritta per noi. È facile chiarirsi le idee quando non ci sono curve. Pensare pensieri diritti e osservare i fantasmi accucciati ai bordi della strada.
Fantasmi di tutti i colori.
Lepère non c’è.
Quaranta gradi, Sara, ripete Buster, come fosse una formula magica.
Cerignola Canosa Andria Trani. Un pezzo di strada già fatta. Quaranta gradi, Sara. Quaranta chilometri al mare, adesso.
La bambina sorride, sotto la pelle un’espressione da teschio.
 
Mabhoula dice che vicino al mare c’è la sabbia. La sabbia è fatta di granelli sottili che si spostano con un soffio e con un soffio tutti insieme fanno forme diverse. Mabhoula dice che al mare certa gente si spoglia e prende il sole, ma le donne stanno vestite e col velo. Si sente l'odore della pelle della gente, lì. A poterlo sentire.
I turisti si spogliano tutti maschi e femmine ma stanno nei loro posti segreti che si chiamano villaggi e non escono mai oppure quando escono guardano fuori dalle loro macchine come se fossero allo zoo. Noi siamo gli animali.
Dev’essere per questo che a milanocittà ci guardano come se fossimo scappate dallo zoo.
Lepère dice che gli animali sono quelli che mangiano il maiale e non rispettano il ramadam. Poi scopriamo che lui il maiale lo mangia e non è che sempre fa le cose buone di religione. Ha la fede solo quando gli fa comodo e non prega mai Allah né nessun altro. Lepère farebbe meglio a essere più onesto, che le bugie si scoprono sempre. In questa vita o in un’altra.
Le bugie pure loro sono come granelli e a spostarle basta un niente. Quando sono in un posto diverso le vedi e le riconosci brutte e schifose e così diverse dalla verità. Noi non diciamo mai le bugie tranne quando ci sta per succedere qualcosa di brutto e allora vogliamo salvarci la vita.
Sennò siamo sincere.
E la verità è una pietra e un soffio non basta a spostarla.
 
Pietre e sassi piccoli e grandi.
Il mare è salato ma la sabbia non c’è. Sentiamo i sassi sotto i piedi fuori dal taxi. Le scarpe sono leggere e i sassi ci fanno il solletico.
Buster e la bambina Sara sono ancora in macchina e guardano. Ci mettono sempre un po’ a fare le cose, forse perché sono più vecchi. E poi hanno l’aria di chi muore nel tempo. Non dovrebbero sprecare un minuto se la loro vita se ne va. Neanche un briciolo di secondo.
Il mare luccica che incanta e noi non ci possiamo fermare. Ci teniamo le mani fino alla riva e lasciamo le scarpe per strada. Sentiamo i piedi bagnati e tagliuzzati dalle pietre più aguzze. L’acqua si infila tra le dita carezzando lo sporco e la melma.
Saremo pulite dopo. Pulite e salate.
Dietro, sulla strada, la bambina Sara è scesa dalla macchina e si scuote il vestito leggero e bianco. Sembra una sposa senza velo né fiori.
Buster però non è lo sposo.
Non c’è nessuno. Perciò ci togliamo le garze dipinte una per una. Teniamo le mutande. Ci buttiamo nell’acqua di sale, tenendoci per mano.
I capelli bagnati ci restano appiccicati alla fronte. Vediamo dei pesci, sott’acqua, e vorremmo masticarli coi denti.
 
Raccogliamo pietre, dopo. Sassi senza punta rotondi come la pancia di Mabhoula sotto i vestiti. Ce li mettiamo nelle tasche mentre il giorno finisce un po’ meno caldo di com’era cominciato.
Abbiamo la pelle croccante di sale e ci lecchiamo le mani a vicenda per farci passare la fame. Le tasche sono così piene di sassi che a buttarci in acqua vestite finiremmo per sempre sul fondo del mare.
Proprio un bel modo di nascondere i cadaveri.
Sara sta seduta sui sassi e Buster anche. Ci avviciniamo per mostrare i sassi e le bocche che ridono.
Bentornate, dice Sara.
È bello sapere che a qualcuno gli fa piacere vederti.
 
La spiaggia di sassi è piccola e ci fa venire in mente una culla protetta di qua e di là. Il bambino non può cadere, signora, perché i bordi sono alti e da un parte c’è il mare.
Proprio mentre il giorno finisce ci viene la curiosità di guardare dall’altra parte di una montagnetta di erba e di sassi. Ci mettiamo a camminare tenendoci per mano. Quando ci voltiamo siamo meravigliate perché ci accorgiamo che anche Buster e la bambina Sara ci seguono. Si tengono per mano pure loro e Buster sembra un sole felice.
Per certa gente tenersi per mano non è naturale. Quando lo fanno significa che è un momento strano e importante e unico e bello.
Cattivo, certe volte.
 
Ridono cattivi. E mentre ridono gli tengono le mani una per uno. Quello in mezzo, con le mani tirate, ha un’aria infelice e una faccia di uomo dolce e ferita come quella di una donna. Porta vestiti aderenti e i capelli rasati.
I sorrisi cattivi lo tirano e gli fanno male, così lui grida. Nessuno si accorge che noi stiamo accucciate in cima alla montagnetta e guardiamo tutto almeno finché la luce c’è.
Dicono: ti credevi che ci stavamo, eh?
E poi: un maiale sei e come un maiale devi soffrire.
Ci viene in mente la faccenda del maiale sgozzato come ce la raccontava Mabhoula. Pensiamo che il tizio tirato presto si metterà a strillare.
Gli lasciano le mani, i sorrisi cattivi e lo guardano mentre cade in ginocchio. Sui sassi grandi e piccoli. Un sorriso cattivo si abbassa e prende per terra un pezzo di legno lungo. Dice: ora vedrai, brutta scrofa.
Cerchiamo una femmina, ma non la vediamo, perciò è chiaro che il sorriso cattivo parla con il tizio tirato e pestato.
Il pezzo di legno fa un suono festante mentre corre nell’aria e un suono moscio quando affonda nella carne. Più il legno sibila, più il tizio tirato si ammoscia. Ma non strilla e non parla. Perciò, forse, non è un maiale. E una scrofa, neanche.
Anche i pugni fanno un rumore moscio nella carne, e nell’aria neanche li senti. Invece le cerniere, quando le apri, fanno un suono di metallo contro metallo. E i pantaloni che scendono sui fianchi fanno un rumore di stoffa stropicciata che da così lontano non sentiamo.
Il tizio tirato e forse anche morto sta in mutande, adesso, e i sorrisi cattivi sono tutti contenti. Ma non hanno finito.
Li sentiamo parlare.
Salgono in macchina e accendono i fari, così vediamo il tizio tirato che alza la testa pelata. Ci sono delle macchie sulla testa. Forse è sangue. Sentiamo il ricordo del sapore dolce e appiccicoso in bocca e facciamo una smorfia. Intanto i sorrisi tirati accelerano forte e urlano fuori dal finestrino mentre la macchina parte.
Le ossa scricchiolano quando le rompi. Se ne rompi tante tutte insieme il rumore si sente forte. Le ruote passano sul tizio tirato e lo frantumano come un pezzo di vetro con un pugno.
Il tizio tirato rimane tutto rotto.
I sorrisi cattivi fermano la macchina ed escono. Tutti e due.
Scoprono i denti lucenti che sembrano due coccodrilli.
Buster dice: bella coppia. I fratelli caimani.
È una bella frase e ci piace.
I due non la sentono e decidono che ci vuole una sigaretta. La fumano guardando il tizio tirato frantumato.
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giovedì, 19 novembre 2009

Sto andando lenta. Forse perchè le sciacallo stanno per arrivare alla fine del loro viaggio. E forse perchè dopo non so neanch'io cosa ne farò di questo blog. Sono aperte le scommesse. Ci penserò. Intanto leggete questo. Che non è Diabolik.

 

gaia

# 27
non è diabolik
 
 
Cantiamo la canzone che non ci esce dalla gola ma ci resta chiusa nella testa. La bambina ci guarda per tutto il tempo. Sembra che ascolta ma non è possibile perché non si sente nemmeno un suono.
La canzone chiusa nella testa è di corpo di ragno perché è lui che l’ha inventata una volta per farci uno scherzo. Corpo di ragno sta davanti alla nostra finestra della roulotte e canta. Mentre canta si agita tutto a scatti come se avesse una malattia. Intanto che canta tiene in mano due bambolotti grandi come due bambini tipo cicciobello. Lo sappiamo chi è cicciobello perché sta sempre nei negozi a natale da quando abbiamo due anni e perciò abbiamo fatto in tempo a vederlo prima dell’idea di lepère di chiuderci dentro e via con il mondo.
Insomma corpo di ragno balla con questi due pupazzi come bambini e se li accarezza e se li coccola intanto che li spoglia. Gli deve proprio volere bene a quei bambolotti, pensiamo. E schiacciamo il naso contro il vetro sporco della roulotte così vediamo come va a finire.
Corpo di ragno canta e canta e si agita e si agita e spoglia e spoglia e accarezza e accarezza.
Le carezze sono buone o cattive a seconda degli occhi di chi accarezza. Quelle di corpo di ragno sono come quelle di lepère. I bambolotti non se ne possono andare. Da come si agita corpo di ragno capiamo che la canzone sta per finire e allora ci mettiamo ancora più attente. Corpo di ragno smette di cantare di colpo. Posa un bambolotto per terra e con la mano libera tira fuori una lama lucente che fa una bella scena. E al bambolotto gli taglia la gola. È un bel trucco che a quello gli esca tutta una roba rossa dal taglio. Sembra sangue. Anche l’altro uguale.
Corpo di ragno ride e ride perché ha fatto un bel trucco. Poi se ne va e lascia i bambolotti per terra davanti alla roulotte. La roba rossa continua a uscire dai tagli mentre si fa scuro. Poi la luce diventa strana e sembra che i bambolotti si muovono. Ci sembra che spariscono a un certo punto. Forse sono corsi dietro a corpo di ragno per tagliargli la gola e vendicarsi. Lo diciamo e ci mettiamo a ridere.
Mentre ridiamo forte, ci viene l’idea del gioco che possiamo fare a lepère.
Quando diventiamo due killer.
 
Ma anche questo alla bambina non possiamo dirglielo anche perché abbiamo paura che ci senta lepère. Lui sta ancora seduto in mezzo a noi. Tiene la testa piegata in avanti e sembra che dorme, ma è sempre meglio non fidarsi.
Così guardiamo la bambina e basta.
L’uomo bianco guida con due orecchie tese che sembra una parabola. Forse la bambina parlerà di nuovo. Presto o poi.
Dentro così resta tutto uguale, mentre fuori il caldo si fa compagnia con il sole che schianta questa terra di destini in scatola. Tutto il mondo diventa una cosa morbida puzzolente sudata. Ci viene l’idea che magari verso il mare c’è più fresco e magari se è caldo uguale si prova a stare dentro il mare. Se lepère se ne andasse almeno staremmo più larghe.
Gli spettri esistono, dice la bambina. Poi tocca lepère su un gomito e quello sparisce.
Come hai fatto? chiediamo.
Sono i segreti del mestiere, risponde lei, mentre l’uomo bianco sbanda e risbanda. Crediamo che prima o poi si abituerà ma adesso sembra che abbia dei problemi quando la bambina parla.
Non farlo tornare, diciamo. Altrimenti ti tagliamo anche a te un sorriso nella gola.
La bambina sorride con la bocca e con gli occhi e pensiamo che le facciamo pena. Prima o dopo muoriamo tutti, dice. Meglio non sporcare la macchina adesso però.
Sì, meglio, dice l’uomo bianco. È il mio taxi, questo.
 
Nei taxi a milanocittà ci va la gente ricca o la gente che non ha la macchina e non gli va di mischiarsi all’altra gente. Il taxi a milanocittà noi non l’abbiamo mai preso che è probabile che se anche avevamo i soldi non ci caricava conciate come siamo con questi vestiti di garza dipinta e questi occhi da libere.
Ma poi, non è detto.
Adesso ci ha caricato proprio un taxi di milanocittà anche se qui siamo in un altro posto.
Lo guida l’uomo bianco che deve essere parente di batman e di diabolik e di mandrake e il suo servitore lothar. Corpo di ragno aveva dei giornaletti dove c’erano le avventure di questi eroi che erano proprio tutti strani e diversi. L’uomo bianco deve essere così. Ma la bambina nei giornaletti non c’era, perciò non sappiamo come dobbiamo chiamarla.
Sono Sara, dice la bambina e ci sentiamo che ci ha letto nel pensiero ma siccome lepère dice che non esiste la gente che ti può leggere nel pensiero e puoi sempre mentire, noi non ci crediamo e pensiamo che sia un caso.
OK, rispondiamo.
E lui è Buster, continua la bambina.
Allora non è diabolik.
 
I taxi non vanno al mare, ma forse questo sì.
Nel casello alla fine del nastro grande e nero c’è uno che si fa le unghie e che si ferma per guardare il nostro biglietto e per farci tirare fuori i soldi. Non parla con la voce che non apre nemmeno la bocca ma con certi numeri luminosi che dicono quanti soldi dobbiamo cacciare. I numeri parlano e anche questa è una bella scoperta. Un bel risparmio, pure.
Fuori dal nastro grande e nero e molle che si chiama autostrada, ci sono tanti nastri più piccoli che si chiamano statali. Un nastro piccolo porta al mare. Il caldo se ne sta abbarbicato stretto agli alberi storti e piccoli con le foglie argentate. Palline nere e verdi pendono infelici. Niente che ride. Solo un mondo intero che suda.
Sudiamo anche noi, tanto che dobbiamo tirare fuori i nostri trucchi da maghe sul sedile: un martello, un rasoio, una corda lunga e stretta, sette pennarelli, un fazzoletto ricamato dove ci soffiamo il naso tutt’e due, e un coltello da cucina. Non abbiamo avuto il tempo di affilarlo.
Buster guida e Sara osserva.
È più facile parlare della gente quando conosci il nome. I nomi, cioè.
 
Il mare è una striscia azzurra e salata con dentro pesci salati e spettri salati.
Gli spettri esistono, dice Sara.
Scemenze, ripetiamo noi.
Vi faccio ricomparire lepère?
Facciamo segno di no con la testa. Va bene. Gli spettri esistono, diciamo.
Lepère dice le bugie ma noi no. Perciò adesso ci crediamo. Negli spettri che ci fanno tornare davanti lepère. Se ci accarezza lo scanniamo un’altra volta. Nel collo e nel pisello.
 
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martedì, 10 novembre 2009

E cambiamo un po'. Proviamo la poesia. meglio ancora: il rap :-)

 

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mani

 

 

 

 

 

 

# 26
i bambolotti di corpo di ragno
(rap cattivo)
 
 
la gente sa la gente crede
e come alla tv si beve tutto quel che vede
non c’è futuro non c’è presente
c’è solo un tempo fermo chiuso stretto nella mente
 
e dentro questo tempo siamo chiusi noi
i bambolotti puoi farci quel che vuoi
 
venduti in fretta comprati bene
non c’è mai prezzo per le catene
se sono d’oro è sempre meglio
ma non si trova facile chi sta ben sveglio
 
chi sa vedere dentro il futuro
per evitare un salto dritto dritto contro un muro
 
noi quasi tutti siamo finiti
tritati e riciclati e poi seppelliti
bambini veri per tempi brevi
con una faccia liquida da mangiaebevi
 
una di quelle facce da dimenticare
su un nastro, un video, un registratore
 
noi siamo quelli del vizio segreto
 vergogna peccato sarai punito
noi siamo quelli spariti presto
e morti dopo senza un pretesto
 
noi siamo il piacere che passa dal sangue
il chiodo infilato a cucire le lingue
 
non siamo finti non siamo veri
siam fermi nel mezzo come i brutti pensieri
se siamo bambini l’abbiamo scordato
 è tutto sepolto nel nostro passato
 
non c’è verità nel nostro presente
non ci sono parole da dire alla gente
 
perciò per favore di noi non parlate
niente romanzi niente suonate
niente articoli e niente giornali
facciamo silenzio siamo civili
 
soltanto una foto un ricordo strappato
di questo sorriso tutto sbagliato
 
i bambolotti hanno facce dolenti
hanno anime a pezzi e carie nei denti
i bambolotti hanno un doppio sorriso
un’anima in bocca e un cuore diviso
 
e una gola tagliata da una parte all’altra
come una bocca viva ma molto più scaltra.
 
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categoria:colore, fuoco, noir, autostrada, volare, ferro, teste tagliate
giovedì, 05 novembre 2009

Ho come l'impressione che il mio pubblico di lettori si stia sfilacciando. Però le sciacalle vanno avanti, e io devo seguirle. Sono stata sempre così: ostinata oltre ogni possibilità. E capace di fare solo quel che amo fare. Seppure sbocconcellata dalla vita.

Perciò ora vado. Nella pancia del pesce :-)

 

vecchia milano

 

# 25
nella pancia del pesce
 
 
In questo posto strano, l’uomo bianco e la bambina stanno davanti e non si parlano. Fuori la macchina è gialla e corre nella città. Nell’alba, i muri fanno una scia di colore confusa, ammosciati dal caldo. Ci sentiamo contente di essere qui perché pensiamo che questa volta possiamo stare tranquille fino al sud. O vicino.
Adesso che si fa giorno, l’uomo bianco ha una faccia che prende colore, ma poco. Non si vede bene, ma si vede di più. Lo specchietto riflette gli occhiali, e intorno, niente.
Non sorride, l’uomo bianco. I suoi occhi guardano la bambina. Non la toccherà. In nessun modo. E non toccherà noi. Quindi non dovremo dargli le pedate.
È proprio una bella cosa.
 
Come usciamo, la città si disfa. Le case diventano fatte a metà e abitate per un pezzo. Le strade hanno i buchi e le pietre e si salta ad andarci sopra. L’uomo bianco borbotta e accarezza il volante. Consola la sua macchina perché si è fatta male.
Il mare luccica lontano. Proviamo a immaginarcelo tutto liscio e lucente come un bagno di acqua pulita. Non ci riusciamo. Ci sarà il mare nel sud.
Il mare ha l’acqua col sale, che è diversa da quella dei fiumi, che è dolce. Ci stanno pesci differenti, perciò, e quando li cucini non li devi condire. Perché il sale c’è già. Ci stanno anche pesci grandi grandi che volendo possono ingoiarti tutto intero con le scarpe e tutto. Certe volte, proviamo a immaginarci la pancia di un pesce. È morbida e appiccicosa e rossa e senza angoli e spuntoni. Come dentro una bocca, per capirci. Ci mettiamo davanti allo specchi e guardiamo la bocca dentro con i denti le gengive e tutto: dev’essere bello vivere là dentro. Se riesci a non farti masticare.
La pancia del pesce grande, comunque, è proprio così. E ci sono delle ossa spolpate. Magari anche delle alghe, che sono le piante che stanno nell’acqua. Noi stiamo nella pancia e le raccogliamo. Poi le facciamo seccare e le incendiamo con un po’ di benzina che ci ha regalato la strega del mare insieme al suo amuleto magico. Il fuoco fa aprire la bocca al pesce e noi usciamo scappando e urlando mentre le fiamme divorano la pancia del pesce.
È bello questo sogno. Ogni volta che lo facciamo ci ricordiamo di quando siamo scappate dalla roulotte e da lepère.
 
La bambina ci guarda adesso da sopra il sedile. Ci parla dentro la testa ma noi non riusciamo a capire le parole. Così guardiamo lo sguardo e aspettiamo, ingoiandoci il sorriso. Il che è bene, perché avevamo fame.
La bambina non dice neanche un suono, però è vero i capi parlano poco. Lei è il capo di questo viaggio e questo è sicuro. Perciò noi ci mettiamo più vicine vicine come per difenderci anche se lo sappiamo bene che lei non ci farà male. La bambina somiglia negli occhi a noi. Come una che scappa, cioè, non sapendo dove andare.
L’uomo bianco l’aiuta. Anche se non si capisce perché lo fa: nessuno fa niente per niente. E pure questo ce lo diceva lepère.
 
Il nastro grande è quello dove tutte le macchine vanno nella stessa direzione e quelle che vanno in una direzione diversa sono dall’altra parte di una siepe. Il nastro grande e nero si chiama autostrada e all’inizio c’è una piccola casa di vetro dove un uomo si fa le unghie e non sbatte un ciglio intanto che ci prendiamo il biglietto per entrare. Ogni tanto, quando sta alla fine del nastro, l’uomo gemello di quello dell’inizio dice prego e trentamiladuecento. Solo ogni tanto, però. E solo alla fine. All’inizio, sta lì e basta.
 
Molte città sono fatte in due pezzi. Certe sono fatte pure in tre.
Quando i pezzi sono due, si chiamano nord e sud; il nord sta sopra e il sud sotto. Viene prima il nord e il sud dopo.
Quando i pezzi sono tre c’è pure un centro, che dev’essere il posto più bello dove stare perché da lì vedi il nord e il sud e sai tutto di tutti. Ah, ah, questa ci sembra una scemenza come quelle che dice lepère quando è pieno di birra e parla coi rutti che diventano parole solo alla fine. Non ci crediamo neanche un momento che il centro è il posto migliore. Noi andiamo a sud. Chissà che ne pensa Mabhoula.
 
Nel nastro grande, il caldo sembra più caldo, anche se adesso stiamo dentro una macchina che ha il fresco dentro. Fuori del fresco vediamo altre macchine e certe hanno i finestrini aperti e questo significa che non hanno il fresco dentro ma un caldo di sauna insabbiata. I pelati sudano meglio di quelli coi capelli, e hanno pensieri più chiari sotto la pelle. Le donne stanno più nude dei maschi e sono più rosa di pelle e di carne. Lepère dice che le donne non si devono scoprire tutto perché dopo cos’hanno ancora da mostrare. Per gli uomini è un’altra faccenda: nessuno si aspetta che abbiano niente da mostrare. Pensiamo che è giusto: cioè sono più brutti, e più scemi anche un po’.
Lepère, però, forse la vedeva in un altro modo. Pensiamo che per lui gli uomini non sono più scemi. Più brutti, forse, sì, ma più scemi no. Certo che a guardare com’è finito, tanto svegli certi uomini non devono essere.
Scusaci tanto, lepère, ma questo sembra proprio vero. E a un certo punto ci troviamo che stiamo qui a parlare con lepère che noi lo sappiamo bene che non c’è più. Noi non crediamo ai fantasmi. Lo diciamo forte e la bambina ci guarda e ci ride, come se sa tutto quello che pensiamo e forse è proprio così.
Lepère è morto, diciamo. Con tutto il sangue rosso sulla faccia e un’altra bocca che gli ride nel collo.
Come i bambolotti di corpo di ragno.
E chi sono questi? chiede la bambina. E dev’essere una cosa strana, perché l’uomo bianco si volta di colpo e la macchina che è gialla e perfetta fa uno sbando di lato come se qualcuno l’avesse colpita. Ma invece è solo l’uomo bianco che si è distratto perché la bambina ha detto: E chi sono questi?
Se sei così brava lo scopri da sola bambina, diciamo. Stiamo vicine vicine. Ma tra noi sta seduto lepère.
 
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lunedì, 02 novembre 2009

Le sciacalle hanno preso il volo, ormai. Sono sulla strada, in viaggio. Ora resta solo da farle incontrare con gli altri personaggi della storia. Le solitudini sono fate per intrecciarsi. IL silenzio non si dipana, ma si riempie di storie

 

gi.

 

# 24
lepère è malato nella lingua
 
 
Le strade dritte o curve, dopo i caselli, portano nelle città. Le macchine lente ci entrano piano, quelle veloci di corsa, e così si dimenticano che dentro le città si va più lenti e fanno gli incidenti. I camion ci entrano urlando tutti i loro ferri e ferretti allentati, come dei sonagli per bambini giganti. Il camion ci porta dentro Pescara e si chiama Iveco. Quello che lo guida ha il colore delle sua canottiera sulla pancia, tutta piena di macchie e sudata.
Iveco è comodo e forte, ma ci scarica presto. Ci scarica in questa stazione di binari finti dicendo addio e state attente bambine.
Non siamo bambine.
Ci aggiustiamo gli stracci addosso che intanto è notte e c’è gente strana in giro e come dice lepère è meglio tenere gli occhi aperti e le cosce coperte. Di solito, quando lepère dice così, ce le scopre lui le cosce. E le bacia e le lecca come il gelato alla vaniglia che ci porta qualche volta. A lui gli piacciono di più le nostre cosce che il gelato alla vaniglia. È un po’ strano, questo, perché niente può essere più buono del gelato alla vaniglia. Lepère è malato nella lingua, pensiamo. Sente il sapore sbagliato.
 
La notte ci sentiamo trasparenti. Giochiamo a nascondino nella stazione finta guardando da lontano i treni che passano un po’ più di là dentro la stazione nuova. Gli uomini neri più neri di noi dormono coi sogni avvolti negli tracci colorati. Inciampiamo in un uomo nero. Quello si lamenta ma non si sveglia. Poi comincia a cantare piano con gli occhi chiusi e la bocca come una ferita aperta nella notte. Canta come il sangue che scorre. Tutto uguale e tutto triste. Ci sembra una vita buttata via e scannata, ed è dolce starlo a sentire.
Mabhoula dice che nella notte delle teste tagliate i cadaveri cantano e cantano da spezzarti il cuore. Noi pensiamo che non si possa vivere col cuore spezzato, perciò sentire i morti che cantano può farti diventare uno di loro. Pensiamo che non abbiamo voglia di sentire il canto delle teste tagliate. Certe volte Mabhoula ha cercato di cantarla anche lei quella canzone ma non le viene bene. Bisogna essere morti per riuscirci. Mabhoula è viva. Viva e scappata.
 
 
Lepère è uno che non gli piace la notte, specialmente d’inverno. Si mette paura delle ombre e dei fantasmi anche se dice di no. Se la fa addosso e batte i suoi marci denti quando sente un rumore che non conosce bene e se poi se ne accorge corpo di ragno di sicuro comincia a fargli degli scherzi tremendi. È strano che lepère batte i denti e maledice gli spettri perché al campo tutti sanno che è un uomo cattivo e prepotente e che non ha paura di niente. Anche lui lo dice sempre, che non ha paura di niente.
Ma lepère dice le menzogne.
Siccome si mette paura, allora ci abbraccia più strette, tutte e due, e ci fa il solletico nelle orecchie a ripeterci cose come bambine adorate gioia della mia vita tesori tesori tesori. Ci fa male quando ci mette delle cose dentro, ma di più quando vuole punirci. Perciò nella notte fredda noi stiamo più buone che mai. La notte fredda dura molto di più della notte calda, perché nella notte calda al campo stanno tutti fuori a ridere e a chiacchierare. E noi ci facciamo gli affari nostri nella roulotte. Che è bello. Nella notte fredda si sta chiusi dentro e non si può fare altro, perciò lepère ha più tempo per arrabbiarsi.
Forse ci dovrebbero pensare quelli della televisione quando ripetono che i bambini devono andare a letto presto. Specialmente d’inverno.
 
In questa notte calda non sentiamo lepère. Noi non ci crediamo ai fantasmi. La notte calda intanto che noi giriamo tra gli uomini neri con gli occhi chiusi finisce scolorandosi verso l’alba. Un sapore salato ci crepa le labbra e ci lega le dita, così capiamo che c’è il mare in questa Pescara anche se non sappiamo da che parte è.
Dev’essere bello, il mare.
Mabhoula parla sempre del mare, e a pensarci certe volte anche lepère. Il mare di Mabhoula è lo stesso di mamma, perché tutt'e due vengono dallo stesso posto. Pure noi veniamo da lì anche se non lo sappiamo e ci stiamo tornando a sentire gli odori che da quando mamma è bruciata nella roulotte non li sentiamo più. Il posto da dove veniamo tutti mamma Mabhoula e noi si chiama africa e ci sono un sacco di odori. E' grande e non ha lo stesso mare dappertutto. Mabhoula dice che il mare somiglia al deserto perché su tutti e due ci puoi scrivere un segreto. Il vento passa e lo porta via. Chissà perché il vento sta sempre vicino al mare e al deserto. Nel mare, dice Mabhoula, crea le montagne; nel deserto le appiattisce. Ci chiediamo perché non può lasciare tutto com’è, questo vento, che sarebbe meglio.
Però, se il vento ci passa attraverso, a noi ci piace. È come essere svestite, come sentirsi pulite. Quando c’è il vento al mattino, nell’alba ci accucciamo vicine, coi nostri stracci un po’ aperti così il vento passa veloce. Chiudiamo gli occhi e ascoltiamo le anime dei morti che cantano per noi. Non sentiamo niente.
Quando riapriamo gli occhi, siamo nate.
E vediamo questi due nel taxi.
Giallo.
 
Sembra bianco. Un bianco pelle candeggio con un confine disegnato intorno. Dentro il taxi, fa una specie di vuoto sulla tappezzeria dei sedili. Vederlo è fatica.
Non abbiamo visto mai nessuno così. Al campo, erano tutti scuri e colorati e neri di sporco e di vita. Nessuno così. Nemmeno il ciccione prima del sangue rosso sulle piastrelle. Quello era chiaro, certo, ma bianco no. Bianco no.
La bambina dietro non è sua. Nella faccia tiene occhi da capo. Sta ferma sul sedile di dietro e ci guarda accucciate davanti alla stazione finta. Due piccole uova precise. Ripulite dal vento. Noi siamo da sole nel mondo. E da sole corriamo.
La bambina apre la porta e ci ride come da amica. E noi ridiamo. Lepère dice che è meglio essere gentili coi gentili.
La bambina dice: che fate, da sole?
Cerchiamo un passaggio, signora, rispondiamo.
Abbiamo posto. Dove andate?
A Sud.
 
Sud è un posto caldo e colorato. Ci abitava mamma prima di finire nel grigio bruciata. Ci abitava pure Mabhoula, ed è là che deve aver deciso di tornare.
Sud è un posto dove c’è il mare o il deserto, a seconda di dove vai. Ci sono delle persone che scappano e persone che invece restano. Certi si sono messi a tagliare le teste e questo non è bello, dice Mabhoula. Certi sono scappati per non farsi tagliare la testa, mentre altri sono rimassti a cercare di non farsela tagliare. Noi non siamo scappate perché non siamo nate nel sud.
Però adesso ci vogliamo andare.
E magari questi ci portano.
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domenica, 25 ottobre 2009

 Qui è dove le sciacallo trovano la strada, che le porterà fuori dalla città, al tramonto. A me la parte in cui son le sciacallo a raccontare è quella che piace di più.

gaha

 

 

#23
due tacchini
 
 
Le macchine ci piacciono perché hanno le ruote. Vanno e vengono come gli pare nel mondofuori, che non è un segreto per nessuno e persino noi le abbiamo viste un sacco di volte anche quando abitavamo nel campo.
Pure la roulotte aveva le ruote - che strano - ma stava piantata ferma che nessuno poteva muoverla. Certe volte, mentre aspettavamo lepère che tornava a casa, ci mettevamo a pregare che la roulotte facesse un passetto o un saltello, magari solo un po’ poco poco tanto per farci vedere un altro pezzetto di mondo.
Le roulotte hanno il cuore di pietra e il sedere pesante, almeno quelle del campo.
Così non ci siamo mai mosse nemmeno un po’, stando dentro la roulotte. È stato così che abbiamo capito che dovevamo uscire: di sicuro lepère aveva incollato la roulotte per terra. Non si sarebbe mossa. Del resto, dov’è che poteva andare in quel postaccio?
 
Invece le macchine vere si muovono eccome. Vanno sull’autostrada e corrono veloci vooomm vooom. Ci piace. Per questo all’inizio abbiamo detto: scegliamo sempre la macchina più grossa che vediamo per chiedere un passaggio, di sicuro è anche quella che va più di corsa di tutte le altre.
Non è una cosa sempre facile scegliere la macchina perché abbiamo imparato che alle volte l’apparenza inganna. E questo vuol dire che anche certe macchine grosse hanno il sedere di piombo, un po’ come la nostra roulotte. Sulle strade normali tipo quella che esce dal campo e va dentro profonda nel cuore della città certe volte ti chiedi se non fai prima ad andare a piedi. Ce lo chiediamo mentre scappiamo dal campo ma ci pare una fesseria. Intanto a stare in macchina si fa meno fatica. Se è lenta, pazienza.
Comunque sia, sull’autostrada le macchine vanno tutte abbastanza di fretta. Certe hanno il fresco dentro e certe no. Quello no devono tenere sempre i finestrini aperti, altrimenti le persone dentro si bolliscono nel loro stesso sudore e dopo sono buone solo ad essere mangiate.
Bollite sono meno buone che arrosto. Meno appetitose. Anche se noi il lucido muscoloso che abbiamo arrostito ci siamo dimenticate di assaggiarlo. Ci dispiace, un po’.
Invece il sangue del ciccione lo abbiamo provato. Era dolce come un ciupaciupa delle spaisgerls, di quelli con la cicca dentro. Non è che sappiamo cosa sono queste spaisgerls ma devono essere persone importanti perché dentro una macchina c’era una bambina con un giornale tutto proprio su di loro. Dopo che ha visto noi e forse ha pensato che avevamo fame la bambina ci ha dato il ciupaciupa. Prendetelo, dice. Il ciupaciupa delle spaisgerls. E dentro c’è la cicca.
Era buono, il ciupaciupa. Il sangue, meno; e non c’aveva nemmeno la cicca dentro. Così quello che è avanzato lo abbiamo lasciato lì. Sulle piastrelle.
Ci siamo domandate cosa ci trovavano nel sangue i ragazzi grandi maschi del campo.
 
Abbiamo imparato un sacco di belle cose dai ragazzi grandi maschi del campo.
Era interessante vedere quello che facevano anche perché da dopo che lepère ci aveva chiuso dentro non è che il giorno potevamo fare un granché. Perciò stavamo a guardare, che certe volte è come andare a scuola e meglio, perché non ti devi neanche spostare da casa tua per imparare quello che deve essere imparato.
Comunque, ai ragazzi maschi grandi gli piaceva pure essere guardati. Specialmente a uno che aveva gli occhi verdi e grandi in una faccia brutta di cattiveria. Corpo di ragno e mani di catrame. Con una bella lunga morte appiccicata sopra. Una morte da regalare in saldo.
Mabhoula dice che così ci si nasce, e quando ci si nasce non si può fare a meno che ammazzare tutto quello che respira. Noi la guardiamo e pensiamo a corpo di ragno con gli occhi verdi e diciamo: hai ragione, Mabhoula, proprio ragione. Guarda che combina corpo di ragno.
E che combina?
Un giorno un tizio del campo gli fa uno scherzo. Una cosa innocente tipo fargli sparire le mutande e i pantaloni mentre lui si sta facendo il bagno o una cosa del genere. Così corpo di ragno si deve andare a cercare la sua biancheria col pisello che gli saltella nell’aria, libero e giulivo come una rondinella a primavera. Lo vediamo saltellare con gli occhi furiosi, e il suo coso segue la danza con movimenti bruniti che ci risvegliano una cosa strana nello stomaco che non sappiamo cos’è.
Corpo di ragno gira per il campo un bel pezzo prima di trovare mutande e calzoni, ma presto presto scopre chi è stato a combinargli lo scherzo. Corpo di ragno non ha amici ma un sacco di gente che lo teme, perciò non deve faticare parecchio. È molto vendicativo. Il ladro di vestiti non lo sa e se ne sta tranquillo nella sua baracca con i suoi due tacchini adorati che starnazzano nel recinto fuori tutti felici e contenti.
Il ladro di vestiti è l’unico al campo ad avere due tacchini.
Era.
Grassi e protetti come figli adorati cuccioli bambini micetti innamorati. Verrà il tempo per mangiarli, ma non ora, non qui. C’è un momento giusto per tutto.
Bene. Il ladro è lì che sonnecchia. Corpo di ragno prende i tacchini, gli lega le zampe a tutti e due, li appende con la testa all’ingiù e gli fa un bel taglio da un orecchio all’altro. Nella gola, cioè. Il sangue scivola fuori mentre i ragazzi grandi maschi urlano e cantano e ci bagnano le dita e se le infilano in bocca. Il tacchino ha gli occhi grandi e aperti al principio. Poi la pelle rugosa che sta sopra gli occhi si chiude. Piano piano. Quando la morte arriva, forse, gli occhi sono tutti coperti. E i ragazzi grandi cantano e ballano e hanno la faccia rossa del sangue che non hanno mai smesso di ciucciare.
 Il ladro non si accorge di niente e sogna il pranzo di natale, con gli invitati e tutto, e la moglie e i figli arrivati appena dall’Algeria. Il numero giusto di persone per mangiare due tacchini belli grassi.
Mabhoula dice che quello è il modo migliore di ammazzare i polli. Il sangue se ne va piano piano dal corpo e dopo a mangiarla la carne è più buona. Mabhoula dice che pure i tacchini si ammazzano così, ma bisogna mangiarli, dopo. Altrimenti in poco poco tempo non sono più cibo ma solo carogne. Soprattutto se è d’estate e fa caldo. È d’estate quando corpo di ragno ammazza i tacchini e lo sa che è proprio un bel dispetto. Ne siamo sicure.
Il ladro si accorge dei tacchini solo quando il sole scende. Il sangue fa dei cerchi neri nella terra intorno alle teste appese. Le lacrime non si vedono.
 
Il sangue ha un sapore caldo d’estate e freddo d’inverno.
Sulle piastrelle rimane fermo o si allarga ma non va mai nel profondo. Dentro la terra sparisce: ci lascia sopra solo una macchia più scura. Dopo un po’ non si vede quasi più. Se le piastrelle sono verdine il sangue si vede bene. Anche se le piastrelle sono verdine sporche.
Il sangue sulle piastrelle ha un sapore fresco anche adesso che si soffoca. Peccato che è troppo dolce, sennò sembra quasi una bibita. Frizzante ci piace di più. Ma non c’è.
Il ciccione sulle piastrelle ha il sangue che si merita. Si spande grasso e veloce appena gli abbiamo tagliato la gola col rasoio di lepère. Prima, una bella botta in testa, col martello di lepère. Lepère è sempre nei nostri cuori.
Il ciccione rimbalza piano mentre la vita gli esce via col sangue. Sembra proprio un grande tacchino spiumato. Peccato che è troppo pesante per tirarlo su per i piedi. Sarebbe uno spettacolo più bello. Il ciccione allunga pure una mano nel sangue. Sembra una bistecca e ci fa venire fame.
Non possiamo cantare e ballare come i ragazzi del campo perché sennò ci sentono tutti e non ci lasciano andare via. Però mettiamo le dita nel sangue rosso e grasso e lo assaggiamo.
È troppo dolce. Frizzante sarebbe meglio.
Mentre usciamo, vediamo la signora bella e carina con i seni grandi e i pochi vestiti che aspetta il ciccione nella macchina e non sa niente di quello che è successo. Ci manda un altro sguardo tipo sparite microbi pezzenti che mi devo lavorare il mio pollo. Come prima che ha detto al ciccione: non caricare queste due mocciose, amore. Ti prego, avranno almeno il colera la lebbra la peste e l’aidiesse, amore. Potremmo ammalarci, amore.
Una macchina veloce come un bolide e un fulmine. Ma la signora bella e carina ha detto no no no voi non salite. State lontane, che spello io il mio pollo. Il tacchino, cioè.
Il tacchino sta sgozzato nel bagno dell’autogrill.
Tardi per spennarlo.
 
La macchina dopo non è tanto veloce.
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domenica, 18 ottobre 2009

Che è un titolo che fa ridere. Il testo, no. E' che ho questo ricordo, da bambina. In Offida, il paese dove sono nata, il macello del maiale era un rito di singolare crudeltà. E' uno dei miei ricordi più antichi, e il più cruento. Non sono mai più riuscita a pensare la morte, la guerra, la sopraffazione degli inermi in un modo diverso da questo. Poi, da adulta, in qualche modo quella storia è diventata romanzo. E l'ho fatta raccontare alle sciacallo.

 

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# 22
il maiale che strilla
 
 
Si va anche col treno. Volendo. Per andare devi scegliere i binari veri, perché quelli finti non portano da nessuna parte, che è quello che succede certe volte nella vita.
Quando stavamo dentro la roulotte, era proprio come stare dentro un treno su un binario morto stecchito. Noi aspettavamo la partenza col naso spiaccicato contro la finestra della roulotte. Ma il mondofuori rimaneva fermo fermo e così capivamo che non si andava da nessuna parte ma si stava immobili come topi infilati in uno spiedo per tortura. Nel campo, i ragazzi grandi maschi acchiappavano i topi grossi delle fogne e gli infilavano uno spiedo di ferro arrugginito nel sedere. Il topo era vivo finché continuava a muoversi, diventava stecchito quando smetteva di agitarsi e si trasformava in un topo arrosto quando gli davano fuoco con la benzina. Chissà perché, nessuno si mangiava l’arrosto quando era pronto. E dire che non c’era mai tanto da mangiare.
 
I topi stanno nelle fogne e nei posti luridi, dice lepère. Ai topi gli piacciono le cose sporche e rotolarsi nel fango e strofinarsi a chi gli capita anche fratelli sorelle cugini o madri. I topi non hanno la famiglia bella come la nostra dove lepère ci ama tanto che ci tiene chiuse qui per proteggerci e ci accarezza bene bene ogni volta che può. Ci si strofina. È strano, perché noi siamo le sue bambine e lepère non è un topo.
Ma certe volte pensiamo di sì. Lepère dice le bugie, certe volte.
I topi non dicono le bugie perché non parlano, sennò le direbbero pure loro. Però per esprimersi puzzano e fanno rutti che si chiamano squittii, e se li friggi o li fai arrosto senza prima infilargli uno spiedo nel sedere urlano che sembrano persone. Dice Mabhoula che anche quando ammazzi il maiale tagliandogli la gola mentre il sangue gli esce dal taglio aperto quello strilla. Strilla per tutto il tempo uguale uguale come una persona quando la sgozzi. Mabhoula dice pure che non ha mai sentito strillare il maiale perché nel suo paese algerino non le facevano queste cose da barbari terroni incivili ai maiali che c’è un problema con la carne poi a mangiarla. Però ha sentito le persone sgozzate tutte insieme e ha contato le teste tagliate alla fine del massacro e poi le ha ascoltate cantare. Le testa tagliate cantano sempre nella sua testa. È per quello che Mabhoula è scappata. Forse.
Abbiamo sentito un sacco di volte urlare i topi vivi mentre li facevano arrosto. Lepère dice che se qualcuno ci tocca che lui non l’ha deciso e non è un amico suo lui gli fa lo stesso servizio dei topi. Lo prende e lo arrostisce. Con o senza spiedo. E poi dice: quando io non ci sono più e sono sotto qualche metro di terra morto se qualcuno vi tocca fatelo voi per me: arrostitelo il bastardo.
Lepère dice che siamo due bambine educate perché lui ci ha tirate su bene. Pure se gli abbiamo sparso tutto il rosso sulla faccia e dopo ce ne siamo andate, siamo rimaste due bambine obbedienti.
 
Perciò quando quello lucido coi muscoli ci tocca con un sorriso bello bellissimo pensiamo a lepère. Giriamo l’angolo della casa che si chiama bardell’autogrill e pensiamo che il lucido muscoloso magari si è sbagliato a toccarci e voleva toccare la sua fidanzata o amica o qualcun altro.
Il lucido muscoloso ci segue e sorride sempre col sorriso bello bellissimo. Dice siete sole, bambine? Vi dò un passaggio così ci facciamo una bella compagnia e ho tanta musica nella mia macchina e pure possiamo viaggiare coi finestrini tutti aperti che non mi dà fastidio.
Nessuno.
Ci serve un passaggio.
Così lui ci porta in groppa al sorriso bello bellissimo fino alla sua macchina lucida come lui. E fuori dall’isola che si chiama stazionediservizio.
Andiamo.
L’aria entra forte che ti scava tanti piccoli buchi caldi sulla faccia. Il lucido muscoloso parla sempre ma con la musica della sua radio (che si chiama autoradiopioneer) non si sente niente di niente. Ha sempre sulla faccia il sorriso bello bellissimo che sta diventando un po’ incartapecorito e grinzoso come se lui facesse fatica a tenerselo stampato sulla faccia.
Suda come lepère e crediamo che puzza uguale, anche se non possiamo sentirla. La puzza, cioè. Ci manca solo che si metta a bere una birra.
Eccola.
Il lucido muscoloso scava la lattina da sotto il sedile e tira l’anello che la tiene chiusa. Muove la bocca che dice delle cose che noi non capiamo. Poi ci spinge la birra vicino alla faccia così noi capiamo che ce la sta offrendo. Ma noi non la vogliamo. Perciò lui se la scola tutta da solo. E dopo, di sicuro, puzza di birra sudata.
 
Lepère stava sempre a guardare quando i suoi amici ci toccavano. Era lui che diceva cosa sì e cosa no. Cosa no era nel sedere, cosa sì era tutto il resto. Quasi. Comunque lui doveva sempre guardare. E quando uno cercava di arrivare alla cosa no lui lo mandava via con tante pedate e si prendeva i soldi lo stesso.
È bello sentirsi protetti.
Mabhoula dice che dove sta lei gli uomini proteggono le donne che si devono mettere il velo sulla faccia non possono fumare in pubblico e non possono andare in giro da sole e neanche fare mestieri strani di quelli che ti portano troppo in giro. Noi ridiamo quando ce lo racconta con la sua mezza faccia scura e un po’ rugosa come se avesse mille anni.
Noi non sappiamo quanti anni ha. Forse anche lei fuma di nascosto. È scappata di notte per andare a pulire la casa di una signora in città. Secondo noi lepère non era d’accordo. E neanche gli altri uomini del campo.
Ma siccome Mabhoula non ha il marito o il padre se n’è andata dal campo.
Anche noi.
Perché è bello sentirsi protetti però pure vedere il mondofuori da sole.
Tanto adesso abbiamo imparato a proteggerci da sole.
 
Il lucido muscoloso, è logico, non sa niente di tutto questo. Perciò ci mette le mani addosso un po’ e un po’ dopo la birra. Che gli è andata in testa e gli ha rinvischiato i pensieri. Se c’erano.
Ride il sorriso bello bruttissimo e allunga le mani di qua e di là mentre guida che è pure pericoloso perché la macchina sbanda. Gente suona dietro. Forte.
Così noi capiamo che non c’è lepère e perciò dobbiamo fare noi le pedate.
Diciamo che dobbiamo andare a fare pipì. È meglio fermarsi, cioè.
Il lucido muscoloso capisce non troppo ma ride e ride e indica l’autogrill e si frega le mani staccandole dal volante. La musica trapunta il caldo con tanti spilli aguzzi tutti uguali. Non è una musica bella.
 
Lepère dice: non dare mai a un uomo il tempo di urlare se vuoi fare le cose in silenzio. Lepère dice un sacco di cose vere che ci vengono in mente al momento giusto, certo insieme alle bugie, ma l’importante è capire la differenza.
Quando voleva proprio fare male a qualcuno prima gli dava una bella botta in testa così quello dormiva e si svegliava quando si svegliava con molti dolori ma senza neanche uno strillo mentre lepère faceva quello che doveva fare.
Lepère ci ha insegnato come si danno le botte in testa e ci ha pure fatto vedere il martello che usava lui.
Meno male che ce lo siamo portato.
 
Non è che abbiamo imparato proprio bene.
Il lucido muscoloso si rovescia fuori dalla macchina e per fortuna che gli abbiamo detto di mettere la macchina in un posto nascosto e la cosa gli è proprio piaciuta perché ha pensato che così nel posto nascosto lui poteva accarezzarci e strofinarci le cosesì e le cosenò.
Invece è arrivato il martello sulla testa.
Lui si è rovesciato fuori dalla macchina con gli occhi aperti ma la bocca chiusa.
Che fortuna.
Gli mettiamo un bavaglio, perché non si sa mai.
 
La benzina c’è in un postodistributore ma non la puoi prendere senza i soldi. Per fortuna il lucido muscoloso ha una bella bottiglia quadrata di plastica con la benzina dentro. Ce l’ha detto che lui è uno molto previdente molto molto.
La benzina deve avere un bell’odore. Meglio del profumo.
Ma al lucido muscoloso non gli piace mentre noi ridiamo e gli inzuppiamo per bene il bavaglio.
Dopo accendiamo l’arrosto. Come un topo.
È bello il fuoco.
 
Un’altra macchina si ferma facile.
Proprio fuori l’autogrill.
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domenica, 11 ottobre 2009

Ora comincia la parte terza, la più bella e la più cattiva. ora parlano le sciacallo, che raspano il cuore.

PARTE TERZA
 
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Mate De Sangre
(rock acido per voci gemelle)
 
 
Accucciate, non abbiamo colore. Il vento ci attraversa come garza dipinta e non trova le nostre ossa nè il cuore: solo un vuoto screziato di bianco.
E mentre la notte si allontana, le sorelle sciacallo cominciano a esistere.

***

#21

mondofuori
 
 
Viaggiando nel mondofuori, siamo arrivate qui. E a pensarci, la strada da milano a pescara non è stata difficile, perché non è che la devi fare tutta a piedi. Quando eravamo nella roulotte pensavamo di sì.
 
Invece, nel mondofuori, si va con tutti i mezzi.
Certi vanno a piedi ma pochi a milanocittà. Nelle strade le macchine sono abitate da facce ritagliate nella tristezza. C’è una faccia sola per ogni macchina, e certe volte due. Quando le facce sono due, di solito parlano. Anche le facce da sole certe volte parlano e lepère dice che quand’è così sono le facce dei matti: nessuno parla da solo a meno che non sia fuori del suo cervello.
Certi tanti, nel mondofuori, prendono la metro, che è dove andavamo noi a chiedere la carità con lepère.
La metro sferraglia. Non sapppiamo che odore fa quando si ferma, ma il rumore lo conosciamo bene. Sferraglia forte di freni quando sta per fermarsi o nella stazione. Le porte si aprono e noi dopo saltiamo dentro e hop insieme a lepère. Certe volte ci mettiamo a piangere quando lepère comincia a dire sono povero con due figlie sono scappato dall’algeria dove c’è la guerra solo un po’ di soldi per mangiare grazie. Quando piangiamo la gente comincia a frugare i soldi. Lepère dice che è proprio una bella idea quella delle lacrime tanto la gente che ne sa che lepère la guerra neanche l’ha mai vista e poi milanocittà è piena di persone vere che di guerre ne hanno fatte tantissime che a raccontarle le impari a memoria e poi le puoi raccontare pure tu. Sicché diventa tutto più credibile.
Credibile è una parola difficile e noi non sappiamo cosa significa.
Siamo piccole e andiamo in giro a chiedere la carità e piangiamo a comando. Questa è la nostra vita. Prima di scappare dalla roulotte cioè e da lepère col sangue sparso rosso su tutta la faccia.
 
Dentro la roulotte alla sera pensiamo al mondofuori prima che lepère venga e cominci con le ispezioni, lui e i suoi amici a piacere.
Facciamo che siamo una signora ricca con una casa grande e tanti servi negri e un marito. Ci scambiamo le parti. Poi facciamo che eravamo due autisti della metro che pure quelli viaggiano in coppia come gemelli ma non come noi. Poi facciamo che eravamo due principi di milanocittà che facevano morire quelli che non gli piacevano. Poi facciamo che eravamo due killer.
Anche killer è una parola difficile, ma quella lo sappiamo cosa significa.
Quando eravamo due killer abbiamo ammazzato lepère.
 
Una volta, nella roulotte è venuto uno che sembrava proprio triste. Lepère ha detto questo mio amico è arrivato dritto dritto dall’algeria dove si muore.
E noi ci siamo guardate stupite, perché non credevamo che c’era qualcuno che moriva davvero in questo posto che lepère chiama algeria.
Comunque sia, il signore è triste triste e ci guarda e dice: queste bambine non portano il velo. Non ci tocca e ci guarda per tutta un’ora o di più. Lepère dice: tocca, tocca pure, ti ho portato per questo, lo puoi fare. E quell’uomo ci guarda e allunga una mano. Poi non arriva neanche a sfiorarci che si mette a piangere come un temporale.
Non è buono che un uomo piange. Lepère dice che se lo fa è una femmina. Così prende quell’amico suo e lo sbatte fuori a pedate. Mentre quello piange e piange e piange. Con gemiti di dolore vero verissimo che sono tutti diversi da quelli che fanno gli amici di lepère quando ci ispezionano dentro e fuori dai vestiti.
 
I gemiti vengono dal fondo dello stomaco. Succede pure quando hai mangiato troppo e male e quando hai bevuto venti trenta ottanta bottiglie di birra, e allora escono e diventano rutti.
Quelli di lepère hanno un sapore di birra acida quando ci bacia. Se sono tanto acidi, siamo contente perché quand’è così di solito lepère si addormenta prima di finire l’ispezione.
Lepère dorme duro e non c’è verso di svegliarlo. Se dorme noi ci mettiamo a giocare anche se è notte fonda ma tanto possiamo dormire di giorno, chiuse qui dentro con o senza luce. Le ore passano come acqua colata lungo le pareti della roulotte.
Non sappiamo quando è il nostro compleanno, così lo festeggiamo quando ci pare. Di solito facciamo dei giochi più belli quando decidiamo che è il nostro compleanno. Li facciamo quando lepère dorme, perché così siamo sicuri che non ci disturba.
Come stasera.
Lepère dorme e allora noi facciamo che eravamo due killer.
Facciamo che i due killer ammazzavano lepère e poi se ne andavano nel mondofuori.
Mondofuori.


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lunedì, 05 ottobre 2009

Viaggio d'acqua e d'asfalto. Morti che sembrano oggetti, come se  non avessero mai avuto vita. Credo che di qui in avanti tutto diventi più complicato, meno lieve, e al tempo stesso più sognante. Non so. Voglio accelerare un poco il ritmo. Ora, come Buster, ho fretta di arrivare in fondo al viaggio.

 

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# 20
suq
 
Un’autostrada deserta col mare di fianco. Il motore e le onde cantano canzoni gemelle.
Io non sono stanco, Sara.
Guiderò da solo, fino alla fine del mondo.
Fino a trovare tutti i colori che mi mancano.
 
C’è un momento in cui l’asfalto si allontana dall’acqua e s’infila profondo nel ventre delle colline. Il caldo torna a farsi denso di pensieri impolverati, lontani dall’acqua salata che ti attacca la ruggine alle ossa.
Ma è un momento solo. Dopo Loreto, il mare torna a corteggiare la nostra corsa. Ed è un bene. Conosco questa strada. Conosco questa faccia riflessa nello specchietto. Conosco il mare alla mia sinistra.
Ma non conosco non conosco non conosco te.
Mi hai affascinato, bambina.
E mentre entro nell’isola deserta dell’autogrill, so che qualcosa è successo.
Acqua e sangue hanno la stessa anima e un colore diverso.
 
Acqua e sangue.
Le piastrelle sporche hanno visto tutto ma non parleranno. Non raccontano mai le loro storie con parole comprensibili. E un cadavere è una cosa che ha smesso di parlare la nostra lingua. Per questo facciamo tanta fatica a comprenderne i segni.
Le cose parlano un linguaggio di ideogrammi dei quali abbiamo perso la chiave. È difficile. Come il cinese: non basta una vita a impararlo. Non basta una morte a insegnarci che con le cose come con le persone è meglio non scherzare troppo. Io non scherzo, bambina.
 
Anche così, non capisco cosa cerchi mentre annusi l’odore stantio e dolce che satura l’aria intorno a quest’altro cadavere.
Un cadavere inondato di sangue, questa volta. Annegato invece di essere asciugato dal fuoco. Un cadavere scoperto da poco, di nuovo, e così stanco e così vuoto di sangue da non avere più storie da raccontare. Non sento le sue parole, non vedo l’anima orfana girare tra le facce curiose sconvolte affascinate che lo circondano.
Polizia azzurra ci allontana tutti, noi profani, dal mistero di un omicidio scoperto dentro una notte ormai minacciata dall’alba.
È un uomo, costui. Era un vecchio molto vestito e molto grasso. La mano allargata sulle piastrelle sporche di sporco e sangue pesa come una bistecca in un piatto. Non ho emozioni. Annuso in silenzio questo morto muto e di tanto in tanto ti sbircio per capire che cosa hai capito tu, Sara.
Qualcosa che mi sfugge, di sicuro.
Perderemo del tempo per andarcene da questo posto. E io voglio andarmene, bambina.
 
Nella macchina che ci passa vicino vedo solo due teste gemelle, dietro. Davanti, una donna dall’acconciatura sapiente.
La macchina va. Ci proviamo a seguirla, ma è troppo veloce per noi. Le teste gemelle rimarranno un mistero mentre scivoliamo gialli e silenziosi verso Pescara.
Un amore di fogna costruita a vanvera e patinata dai soldi fatti vendendo tutto a tutti.
Ti rivedo con piacere, querida, mentre l’alba colora le nostre facce sbiadite di rosa violetto.
 
C’era una volta una stazione troppo vecchia per una città che si era rifatta il trucco coi soldi guadagnati in fretta. C’era una volta una stazione con un binario solo, in entrata e in uscita, e senza sottopassaggi. Si passava sui binari per salire su un treno o per uscire dalla stazione. Si compravano sigarette in un bar che pareva di essere a Istambul e poi si usciva a cercare un autobus o un pulman per una destinazione a piacere.
Si combatteva coi controllori.
Si incrociavano signore vestite splendidamente e si sbirciavano negozi straordinariamente ricchi nel viale che imboccavi appena uscito dalla stazione molto vecchia per una città col trucco rifatto.
Quando la gente cominciò a vergognarsi di quella stazione, la città decise di costruirne un’altra. Moderna moderna con un piano sotto e uno sopra con i quadri luminosi e le poltrone di plastica dappertutto e i controllori tirati a lucido proprio come un areoporto. La città costruì questa meraviglia e si dimenticò di smantellare la stazione vecchia, che rimase lì a fianco, curiosamente finta e posticcia.
Binari senza treni che ci passavano sopra. Viaggiatori di fretta, ben vestiti e combinati, che attraversavano la stazione finta per raggiungere la stazione vera e prendere il loro treno.
Era ed è come un viaggio attraverso il tempo.
Mi piace molto questo posto. C’è un suq davanti a quello che era il binario uno. Razze parenti si affannano a vendere tutto quello che hanno, merci di plastica e di carne, e le lingue che senti nelle orecchie hanno un sapore di mondo.
 
È il motivo per cui siamo qui, Sara. Volevo che lo vedessi, questo posto. È unico al mondo e quindi mi somiglia. Magari, se ti porto oltre i binari dismessi ti aiuto a capire qualcosa di me. Ti porto verso ciro attraversando Buster.
Ognuno deve trovare un modo per cambiare la sua vita. Ognuno deve ricavarsi una strada. Ci sono dei posti dove questa strada è più visibile.
Per questo ti ho portato qui.
Apri gli occhi, Sara. Apri gli occhi e guardami. Sotto la pelle e oltre.
 

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sabato, 03 ottobre 2009

E' breve, ma è uno dei miei testi preferiti. Parla di un posto vero, dove si dice che davvero accada quello che viene raccontato. Ho cercato di restituire colori e sapori. E accade a volte che io abbia la sensazione di esserci riuscita. Non è detto che sia così, ma la sensazione è una gran bella cosa per uno scrittore. La percezione di essersi spiegato, con parole sue non rubate ad altri (è che scopro solo oggi tutta questa storia del plagio presunto dell'ultimo libro di Faletti. E scopro anche che una delle persone che hanno ipotizzato il plagio è mia collega, e persona che stimo enormemente. Non posso dir nulla, perchè non ho letto il libro, e credo neanche che lo leggerò. Spero per Faletti, però, che non abbia usato parole non sue. Se scrittore si considera. Amen. Ogni tanto mi prende questa vena predicatoria ;-).

giulio

 

#19
ferro e ruggine
 
 
L’uomo cammina eretto, con una specie di dignità. Non so dire se sia un uomo vero o uno spettro, perché in questa luce sbilenca, tutto può essere vero e falso e infinitamente bello e brutto nello stesso tempo.
L’uomo cammina veloce e sicuro, ma non riesco a capire dove va. Capisco che nessuno potrebbe fermarlo: ho una certa esperienza in queste faccende e so quando uno sta andando dove vuole andare. Come quest’uomo qui.
Non c’è nessuno, a parte me e Buster, appoggiati al parapetto in questa notte ormai sbiadita.
L’uomo cammina, poi si volta e sorride. Nella luce verdastra, mi ricorda qualcuno cui ho voluto bene, anche se non so chi. Allora penso che non m’importa se è uno spettro. E se ha i denti saprò difendermi.
Non ti mordo, piccolina, dice. Con i tuoi pochi anni dovresti essere a letto.
Non sono pochi, rispondo. I miei anni, cioè.
Guarda l’orologio, l’uomo deciso. Non ho più tempo, piccolina. Devo andare.
Dove?
Indica la costruzione di ferro e ruggine. All’ascensore, piccolina. Stanotte imparo a volare.
Provo come un dolore, anche se lo so che non mi appartiene, che è il dolore di un altro. E l’uomo, lo vedo, esiste solo per me: un fantasma che mi racconta una storia. Non andartene, dico, senza riuscire a fermarmi.
L’uomo sorride. Non me ne vado mai, piccolina. Io resto. Resto sempre. Respira l’aria intorno a te e mi sentirai parlare.
Si avvia deciso. Più avanti, si volta, e so con certezza che sta parlando a qualcun altro. Non pensarci, piccolina. Non è colpa di nessuno. Ero così stanco. Volevo volare.
 
Dice Buster che questo è il posto dove quelli che non vogliono più vivere vengono a suicidarsi. Credo che questa storia non sia né bella né brutta. Credo che sia una storia e basta.
E credo pure che sia inutile cercare di capire il senso della morte. La morte non ha nessun senso e nessuna logica. Si muore, si rimane in giro e appena si può si torna.
 
Diglielo tu, Buster. Diglielo, al fantasma gentile come si fa a tornare.
 
Non c’è tempo.
Torna in macchina, Buster. Mi siederò alle tue spalle e aspetterò. Che la notte torni a essere cattiva.
Torna in macchina. Mabhoula ci aspetta.
In compagnia dell'uomo misto.
Da qualche parte, sul bordo del deserto. Cantando.
postato da: nix59 alle ore 21:57 | Permalink | commenti (2)
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